Schema della relazione svolta da Sandro
Mezzadra al seminario di Firenze (18 dicembre 1999).
Copyright © 1999 Sandro Mezzadra
Scopo di questa relazione non è quello di presentare una traccia di riflessione sistematica e propositiva sul tema del rapporto tra cittadinanza e immigrazione. Quel che si intende operare è piuttosto una frammentaria ricognizione del dibattito internazionale, orientata a cogliere alcuni dei problemi fondamentali che la riflessione sull’argomento si trova necessariamente ad affrontare.
a) Nota Pietro Costa, in apertura del primo volume della sua storia della cittadinanza in Europa, che la crescente fortuna di cui gode da qualche tempo la parola di cittadinanza non solo nel linguaggio filosofico e sociologico ma anche nella stampa quotidiana e nel dibattito politico "coincide con un processo di più o meno consapevole estensione del suo campo semantico" (Costa 1999, p. VII). Da semplice criterio giuridico-formale, quale è stata a lungo considerata in Italia, la cittadinanza tende effettivamente a trasformarsi in un concetto denso di valenze, che coinvolgono i criteri dell’adesione soggettiva a un ordinamento: identità e partecipazione, diritti e doveri a "geometria variabile". Si può notare che si tratta di un processo che, in altri ambiti culturali ha radici profonde: basti ricordare l’enfasi posta nel 1892 dal giurista tedesco Georg Jellinek sulla circostanza che la "personalità" non può essere considerata una grandezza invariabile, rappresentando "innanzi tutto qualcosa di potenziale", uno status a cui possono essere connessi "diritti soggettivi" differentemente qualificati (Jellinek 1892, p. 57). Ma il riferimento obbligato, in questo contesto è alla fondamentale prolusione di T.H. Marshall su Cittadinanza e classe sociale (1949). L’intera vicenda politica moderna veniva riletta dal sociologo inglese dal punto di vista della progressiva inclusione all’interno della cittadinanza di soggetti originariamente esclusi da essa e del continuo arricchimento intensivo delle determinazioni dei diritti dei cittadini, culminato nel XX secolo con il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti sociali. E’ nota l’influenza esercitata da questo testo sul dibattito internazionale (Bulmer – Rees [Eds.] 1996). Va comunque ricordato che la grande vivacità della discussione degli ultimi anni sulla cittadinanza non è un fenomeno soltanto italiano. E si può avanzare l’ipotesi che essa sia da ricondurre a una crisi complessiva di quello Stato sociale di diritto in cui il moderno movimento della cittadinanza, nella lettura di Marshall, aveva trovato la propria provvisoria sintesi (cfr. Mezzadra – Ricciardi 1996). E’ dunque nel contesto di una crisi che si colloca la discussione contemporanea sulla cittadinanza. E da questa crisi non può prescindere neppure la riflessione sul rapporto tra cittadinanza e movimenti migratori.
b) In prima battuta, tuttavia, la questione "cittadinanza e immigrazione" sembrerebbe ricondurre a una valenza più semplice del concetto, quella che denota "la posizione di un soggetto di fronte a un determinato Stato, rispetto al quale si è appunto o "cittadini" o "stranieri"" (Costa 1999, p. VII). E’ un’impressione che corrisponde evidentemente a un problema reale: il rilievo teorico generale che, nel ragionare di cittadinanza deve essere riconosciuto alla sua dimensione esclusiva, alla linea che separa un "dentro" da un "fuori". A questo problema fa in fondo riferimento il sociologo franco-algerino A. Sayad quando scrive che "pensare l’immigrazione significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione" (Sayad 1996, p. 10). Si tratta di un aspetto che i dibattiti filosofici e sociologici, nei lunghi decenni del dopoguerra, hanno teso a porre in secondo piano, a tutto vantaggio di un’immagine inclusiva ed espansiva della cittadinanza. Ma questo aspetto torna ad essere avvertito in tutta la sua portata oggi, a fronte della crisi di cui si è detto in conclusione del punto precedente: ne è ad esempio un sintomo consistente la grande diffusione che negli ultimi anni ha avuto la categoria di "esclusione", in riferimento alla posizione dei migranti nelle società occidentali contemporanee ma anche come più generale strumento interpretativo di sviluppi che sono ben lungi dall’essere limitati ai migranti (cfr. "aut aut", 275, Dal Lago [a c. di] 1998 e Dal Lago 1999).
c) Ancorché di grande rilievo, la questione a cui si è accennato non esaurisce però certamente l’intero spettro della questione "cittadinanza e immigrazione". Anche perché, se così fosse, essa si ridurrebbe alla problematica della "naturalizzazione" e dei diversi codici di naturalizzazione (e dunque di concettualizzazione dell’"appartenenza", a partire dalla grande partizione tra il modello dello jus sanguinis e quello dello jus soli). Anche in questo caso si tratta di un problema di rilievo tutt’altro che marginale, come ha tra l’altro dimostrato – sotto il profilo storico – la pregevole ricostruzione del diverso sviluppo di cittadinanza e nazionalità in Francia e in Germania offerta da Rogers Brubaker (1992). Sotto lo stesso profilo teorico, del resto, non mancano analisi che sottolineano come i distinti modelli di concettualizzazione della cittadinanza intesa nella sua valenza di semplice possibilità di essere riconosciuti quali appartenenti a una comunità politica abbiano conseguenze di prima grandezza sulla posizione dei migranti: si possono ricordare, a questo riguardo, la posizione della filosofa statunitense Jean Hampton, che ha contestato la legittimità normativa, dal punto di vista di una teoria democratica della giustizia, di un’esclusione dei migranti da spazi nazionali in cui la cittadinanza è codificata sulla base dello jus sanguinis (cfr. Hampton, in Schwartz [Ed.] 1995); e le considerazioni dell’antropologa tedesca Verena Stolke, che ha mostrato come l’irrigidimento della posizione nei confronti dei migranti che ha caratterizzato in Europa gli anni ’90 sia stato accompagnato da pressioni crescenti per l’introduzione di elementi di jus sanguinis nel diritto di cittadinanza anche in Paesi tradizionalmente orientati in senso opposto, come l’Inghilterra e la Francia (Stolke 1995). Non si intende dunque minimamente negare l’importanza della questione per il tema che ci occupa. Si segnala tuttavia che essa non è conclusiva, in specie per chi guarda al problema del rapporto tra cittadinanza e immigrazione per così dire "dal basso", dal punto di vista delle domande di cittadinanza di cui sono portatori i migranti. Un aspetto essenziale, rilevato in numerose ricerche recenti, è infatti da questo punto di vista che "la maggioranza degli immigrati non ambisce a ottenere la cittadinanza del paese di residenza, nemmeno dopo vent’anni di soggiorno, e mostra scarso interesse per la naturalizzazione" (Sassen 1996, p. 139).
d) Quel che queste ricerche segnalano è il problema che potremmo definire della "doppia coscienza", del "doppio spazio politico" dei migranti, cittadini della frontiera. Originariamente coniati da W.E.B. Du Bois per denotare la posizione degli afro-americani, questi concetti sono stati recentemente riproposti dal sociologo Paul Gilroy nella sua affascinante ricerca sull’Atlantico nero: in questa ricostruzione della cultura delle comunità dei neri immigrati in Gran Bretagna egli mostra come essa sia espressione di uno specifico insieme di legami locali e globali, formatosi storicamente nel grande spazio afrocaraibico, britannico e americano in cui il popolo nero è circolato a partire dalla grande rottura storica della tratta degli schiavi (Gilroy 1993). Non solo come merci, tuttavia, i neri hanno continuamente attraversato secondo Gilroy questo spazio decentrato o con centri molteplici: marittimi impiegati sulle grandi navi commerciali e militari, migranti per scelta o per necessità, essi hanno anche nutrito lotte per la cittadinanza e per l’emancipazione, dando vita a una pratica dell’attraversamento continuo dei confini e delle "identità" che, su basi integralmente "moderne", della modernità costituisce una vera e propria "controstoria". E che rappresenta oggi, nell’età della "globalizzazione", una sfida particolarmente attuale a riconsiderare i problemi della nazionalità, della localizzazione, dell’identità e della memoria. Si tratta di una riflessione che incrocia produttivamente una parte consistente della recente letteratura sul cosiddetto post-colonialismo, che ha posto l’accento sull’insieme di storie spezzate che, "disseminate" per via dei grandi movimenti di popolazione all’interno delle singole storie nazionali, ne disturbano la narrazione lineare e scardinano la temporalità omogenea dell’ipotetica comunità nazionale (cfr. ad es. Bhaba 1990). L’antropologo statunitense James Clifford, per parte sua, ha tentato di riassumere questi spunti in una coerente teoria dei tratti diasporici che caratterizzerebbero una parte consistente dei movimenti migratori contemporanei (Clifford 1997, pp. 299-342). I concetti di "doppia coscienza" e "doppio spazio politico-culturale dei migranti sono poi presenti, ancorché sottotraccia, in molte ricerche sulle comunità transfrontaliere dei migranti latinos nella fascia territoriale della statunitense a ridosso del confine messicano (cfr. ad es. Canclini 1990 e Rodríguez 1996).
e) Se sulla base di queste considerazioni torniamo a gettare uno sguardo alla letteratura internazionale degli ultimi anni sul tema del rapporto tra cittadinanza e immigrazione, una delle categorie più interessanti che incontriamo è quella di "naturalizzazione parziale" (cfr. ad es. Hammar 1985, Layton – Henry [Ed.] 1990, Bauböck 1994, Withol de Wenden 1994). Con questa espressione si traduce il termine inglese denizeship, coniato nel XVI secolo per designare la posizione dello straniero accettato come cittadino in virtù di un atto della Corona. Nel dibattito contemporaneo esso fa riferimento alla possibilità che gli immigrati possano godere di pieni diritti senza che essi abbiano precedentemente acquisito la nuova cittadinanza. Si tratta dunque di configurare e valorizzare una posizione mediana tra lo statuto di cittadino e quello di straniero, di tentare di dare una risposta positiva alle molteplici tensioni a cui oggi è sottoposta la distinzione fra i due concetti. Sono evidenti le conseguenze che una simile prospettiva, se coerentemente praticata in riferimento ai diritti politici, verrebbe ad avere nei confronti della rappresentanza, le cui trasformazioni e le cui crisi contemporanee sono del resto collegate a doppio filo a quelle che investono la cittadinanza (cfr. Accarino 1999, pp. 162-167). Si tratta a mio giudizio di un indirizzo di ricerca di notevole interesse, che ha il merito di indicare l’orizzonte di una possibile dissociazione dei concetti di cittadinanza, Stato e nazione. In generale, tuttavia, occorre guardare con sospetto l’eventualità che la prospettiva indicata sia praticata sulla base di una rigida disaggregazione dei diritti, volta a stabilire quali "set" di diritti debbano essere riconosciuti ai migranti e quali no (come accade nella proposta di G. Zincone di "una politica dei diritti utili", che appunto si fonda sulla contrapposizione dei diritti politici e di quelli sociali – cfr. Zincone 1994). Il rischio che in tal modo si correrebbe è infatti quello di trasformare la denizeship in una sorta di cittadinanza dimidiata, "ottriata" come si potrebbe dire recuperando la citata origine storica del concetto. E si tratta di un rischio tanto più da evitare in una situazione in cui, anche all’interno delle singole collettività nazionali, sono molte e potenti le tendenze a frantumare l’universalismo della cittadinanza e a istituire nuovi confini interni agli stessi spazi politicamente omogenei (Balibar 1998). Da questo punto di vista, tra l’altro, occorre segnalare che anche sotto il profilo strettamente giuridico l’immigrazione si è dimostrata in questi ultimi anni terreno di sperimentazione per l’irruzione di criteri amministrativi in ambiti di rilevanza costituzionale (cfr. ad es. Bonetti 1999). Più in generale, inoltre, la prospettiva della denizenship, proprio perché lascia intravedere la possibilità di separare i diritti di cittadinanza dal loro radicamento nel quadro giuridico dello Stato nazionale, dovrebbe rivolgere la propria carica critica contro la stessa possibilità concettuale di esistenza di immigrati "clandestini".
f) Se consideriamo più da vicino i movimenti migratori che caratterizzano l’età contemporanea, emerge chiaramente come essi portino una sfida radicale alla sociologia delle migrazioni novecentesca. Quest’ultima, a partire dai classici e innovativi studi di William I. Thomas e di altri sociologi della Scuola di Chicago degli anni ’20 (cfr. ad es. Thomas 1921), fa perno attorno ai concetti di assimilazione e integrazione. Si può intanto notare, a questo riguardo, che le condizioni complessive delle società occidentali contemporanee paiono caratterizzate dalla crisi generale dei meccanismi integrativi che avevano caratterizzato, pur contraddittoriamente, il regime politico e sociale che convenzionalmente viene definito "fordista". La crisi dello Stato sociale è in fondo la cifra d’insieme di questa crisi, e non può che ripercuotersi sulla posizione dei migranti. Alla crisi del movimento operaio, che ha rappresentato storicamente un importante vettore di socializzazione conflittuale dei lavoratori stranieri nei "paesi d’accoglienza", fa del resto riscontro una trasformazione della natura stessa del lavoro che ne mette in discussione la classica funzione novecentesca di canale privilegiato di accesso alla cittadinanza. Nel contesto dei potenti processi di atomizzazione, parcellizzazione e scomposizione che hanno investito negli ultimi anni il mondo produttivo, la posizione dei migranti è oltremodo contraddittoria: dalla piena valorizzazione economica della "clandestinità" nei tanti sweatshops sorti sulle due rive dell’Atlantico (o nei lavori stagionali in agricoltura, nella California meridionale come nell’Italia del sud) si passa alla diffusione di vere e proprie forme di "cittadinanza privatistica" all’interno di piccole imprese spesso a conduzione familiare, che si possono ad esempio osservare nei distretti industriali italiani (dal nord-est alle Marche). Quel che va posto in generale in evidenza è comunque il fatto che la posizione lavorativa ben difficilmente può oggi funzionare per i migranti come criterio esclusivo di accesso alla cittadinanza, sia questa intesa in senso formale o in senso materiale. Da questo punto di vista risulta in particolare singolarmente anacronistica la legislazione europea sulla concessione del permesso di soggiorno per i cittadini non comunitari, che – con poche eccezioni – la fa dipendere da una posizione lavorativa, fissa e a tempo indeterminato, la cui obsolescenza per i "nativi" è ossessivamente ribadita tanto nelle retoriche quanto nelle politiche economiche e sociali.
g) Più in generale, la tendenza dei movimenti migratori ad assumere un carattere "sistemico" (a collocarsi cioè all’interno di sistemi con specifiche caratteristiche geopolitiche e politico-economiche – cfr. Sassen 1996) appare oggi vieppiù posta in discussione da molteplici elementi di imprevedibilità nonché dalla moltiplicazione e dall’accelerazione delle interconnessioni che caratterizzano il mondo della "globalizzazione". In questo senso i processi migratori costituiscono una componente essenziale dell’attuale disordine internazionale (cfr. Papastergiadis 2000). Sono evidenti, e ampiamente sottolineati dalla letteratura, i fattori "oggettivi" alla radice delle migrazioni contemporanee (i plateali squilibri nella distribuzione della ricchezza fra i molti nord e i molti sud del mondo, la miseria, la fame, le carestie, le catastrofi ambientali, le guerre). Ma un’analisi di questi processi condotta dal punto di vista del concetto di cittadinanza, "un osservatorio collocato in basso", da cui "si guarda non al sistema ma alle persone" (Zincone 1992, p. 8), dovrebbe a mio giudizio proporsi in primo luogo di evidenziare le determinazioni soggettive che sono alla loro base, le specifiche domande di cui sono portatori i migranti. Si può dire in questo senso, raccogliendo tra l’altro le sollecitazioni provenienti da un’ampia ricerca storica sulla mobilità del lavoro nel capitalismo (Moulier-Boutang 1998), che quel che unifica, a un livello evidentemente molto astratto, i comportamenti delle donne e degli uomini che optano per la migrazione è la rivendicazione e l’esercizio pratico del diritto di fuga dai fattori "oggettivi" a cui si è fatto sinteticamente cenno. L’accento posto sul "diritto di fuga" permette d’altro canto, almeno sul piano concettuale, di superare quella distinzione fra migranti e "profughi" che gli stessi sviluppi "oggettivi" più recenti hanno per parte loro posto in crisi.
h) La libertà di movimento è stata di recente definita "il principale fattore di stratificazione" nelle società contemporanee e uno dei criteri fondamentali attorno a cui si definiscono le nuove gerarchie sociali (Bauman 1998, p. 4). In questo senso deve essere sottolineata la circostanza che a fronte della concreta rivendicazione del diritto di fuga da parte dei migranti si assiste oggi a una tendenza alla proliferazione e al "riarmo" dei confini contro donne e uomini in fuga dalla miseria, dalla guerra, da tirannidi sociali e politiche (dalle "frontiere esterne" dell’Unione europea al confine tra Stati uniti e Messico, passando attraverso i nuovi argini contro la mobilità di donne e uomini sorti attorno ad Hong Kong, al sud della Cina, ai paesi del sud-est asiatico investiti dalla crisi del ’97), che si accompagna alla contemporanea tendenza all’abbattimento delle barriere alla circolazione delle merci e dei capitali (nonché, entro determinate aree e per determinate categorie sociali, delle persone). Siamo qui di fronte a uno dei caratteri salienti della "globalizzazione" contemporanea, che nelle società occidentali si riflette in primo luogo nei processi di stigmatizzazione e radicale esclusione a cui sono sottoposti i cosiddetti clandestini. Una prospettiva teorico-politica orientata a ripensare la democrazia nel nuovo scenario globale e a riaprire conseguentemente in senso "cosmopolitico" il movimento espansivo della cittadinanza non può, lo si ripete, che rivolgersi criticamente contro lo stesso concetto di "clandestinità".
i) In presenza delle tendenze indicate al punto precedente, non stupisce che la letteratura internazionale registri negli ultimi anni un rinnovato e intenso interesse per un tema che, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, sembrava ormai definitivamente relegato in una posizione marginale: quello del confine. Si tratta di una tendenza non limitata agli ambiti di ricerca che possiamo definire geo-politico e geo-economico (cfr. ad es. Badie 1995). Sollecitazioni di grande interesse per la riflessione sul tema del confine provengono anche, ad esempio, dalla letteratura etno-antropologica (cfr. Zanini 1997). Ma, per tornare alle problematiche che più direttamente ci interessano in questa sede, si deve segnalare che attorno alla problematica del confine il dibattito sta crescendo anche all’interno della filosofia politica. Va intanto notato che il tema del confine emerge come centrale anche nelle posizioni di quanti, nel dibattito statunitense, hanno cercato di fuoriuscire dalle aporie che incontra una riflessione filosofica sull’immigrazione in termini di "teoria della giustizia" assumendo come riferimento i "costi economici" - e dunque il concetto di welfare (cfr. Sykes, Hadfield e Vroman, in Schwartz [Ed.] 1995). Michael Trebilcock (ivi) mostra infatti come il problema in questione si riproponga dal momento che gli autori in questione non possono fare a meno di domandarsi chi siano i soggetti il cui "benessere" deve venire assunto come principio normativo. Ma più in generale, Étienne Balibar ha segnalato in diversi interventi come la problematica del confine ponga questioni assai complesse per la filosofia politica, costringendo in primo luogo a riaprire la riflessione sul rapporto tra universalismo e particolarismo nella democrazia (cfr. ad es. Balibar 1994). Una posizione particolarmente critica sulla funzione dei confini è quella che è possibile rintracciare nell’argomentazione di Luigi Ferrajoli, che, in esplicito riferimento ai nuovi movimenti migratori, ha parlato della cittadinanza come dell’"ultimo privilegio di status rimasto nel diritto moderno" (Ferrajoli 1994, p. 288). Se queste posizioni tendono a rintracciare nell’esistenza stessa dei confini i segni di un’ingiustizia su cui dovrebbero permanentemente esercitarsi la riflessione e la vigilanza dei filosofi politici, va segnalata la crescita di un filone di ricerca diversamente orientato, che rielabora all’interno del paradigma politico liberale alcuni aspetti delle critiche "comunitarie". In questo senso, ad esempio, Jules Coleman e Sarah Harding hanno tentato di mostrare - sulla base di un'ampia rassegna delle politiche migratorie adottate dagli Stati democratici occidentali - come il controllo dei flussi possa essere giustificato dal punto di vista della misura in cui esso contribuisce ad assicurare un'equa distribuzione del bene dell'appartenenza a una comunità politica e culturale (cfr. Coleman – Harding, in Schwartz [Ed.] 1995).
l) A questo filone di studi si può associare la posizione assunta in Germania da Wolfgang Kersting, che è addirittura arrivato a scrivere: "esiste un diritto umano ai confini, a confini che proteggano gli uomini gli uni dagli altri e diano loro la possibilità di condurre un’esistenza autodeterminata in libertà e in sicurezza" (Kersting 1998, p. 62). Quel che non convince, in questa posizione, è la tendenza ad assumere, del concetto di confine, la valenza antropologica per cui ciascuno di noi, agendo e interpretando il mondo, istituisce continuamente dei confini, e a proiettarla linearmente nella costituzione del concetto politico di confine. Più in generale, l’inclusione della "cultura" nel paniere dei "beni fondamentali" a cui lo Stato liberale deve garantire eque possibilità di accesso a tutti i cittadini sconta l’estrema difficoltà di pervenire a una definizione univoca del concetto. E si espone al rischio di assecondare tendenze meramente reattive alla circolazione e alla contaminazione delle culture che costituisce uno dei portati fondamentali della globalizzazione (cfr. ad es. Jameson – Myoshi 1998), tendenze che trovano espressione nella crescente rilevanza di stilemi "culturali" nelle retoriche con cui si tenta di legittimare l’esclusione dei migranti nelle società occidentali (cfr. Stolke 1995 e Hage 1998). Si tratta del resto, non casualmente, di problemi che è possibile riscontrare anche in buona parte delle posizioni riconducibili alla variegata letteratura sul "multiculturalismo": "alla luce del nesso intercorrente fra scelta e cultura, cui ho accennato in precedenza, le persone dovrebbero essere in grado di vivere e lavorare nella loro cultura", scrive ad esempio il filosofo canadese Will Kymlicka (1995, p. 167). Secondo modalità che paiono mutuate acriticamente dall’antropologia di inizio secolo, il concetto di cultura con cui lavorano i teorici del multiculturalismo pare darne per scontata la compattezza e l’impermeabilità, sulla base del presupposto di una corrispondenza tra "cultura" ed "etnia" che proprio gli sviluppi più recenti dell’antropologia hanno vigorosamente contestato (cfr. ad es. Clifford 1988 e Amselle 1996). Applicata ai migranti, per di più, la prospettiva del multiculturalismo tende a occultare la rottura con la "cultura" o con la "comunità" di provenienza che caratterizza per definizione la biografia del migrante e a presentare come risolto a priori uno dei problemi fondamentali della sociologia delle migrazioni: il problema cioè dei processi di produzione, riproduzione e trasformazione dell’identità degli stessi migranti. Come ha scritto l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, inoltre, non si dovrebbe dimenticare che "tra i diritti delle minoranze c’è anche quello di rinunciare alla loro cultura" (Amselle 1990, p. 37).
m) La critica della funzione politica del confine dovrà dunque essere uno degli elementi fondamentali della futura riflessione su cittadinanza e immigrazione. Questo significa, evidentemente, collocare tale riflessione in una prospettiva che riconosce come inderogabile un impianto universalistico. Ciò non equivale a obliterare la consapevolezza degli elementi particolari che, tanto sotto il profilo storico quanto sotto il profilo teorico, segnano indelebilmente la formulazione del paradigma universalistico occidentale. Il linguaggio dei diritti e della cittadinanza, tuttavia, non può essere amputato della sua tendenza all’universalizzazione senza rovesciarsi in un mero strumento di difesa dello status quo o di legittimazione del dominio. Lo mostra chiaramente, tra l’altro, una delle critiche più avvedute alla fondazione universalistica dei diritti avanzata di recente nel dibattito italiano sulla cittadinanza, quella di Luca Baccelli. Dopo aver presentato il linguaggio dei diritti come "il contributo di una tribù a una discussione con altre tribù" (Baccelli 1999, p. 191), Baccelli rintraccia la possibilità stessa di questa discussione nella presenza nel linguaggio dei diritti di un "elemento espansivo, tendenzialmente universale": il "gesto, tipicamente umano, di sollevarsi e di reagire, di affermare la propria dignità" (ivi, p. 193, c.n.). E’ chiaro che una simile prospettiva, per quanto sia ben lungi dal sottovalutare l’individuazione di specifiche tecniche giuridiche in grado di proteggere e garantire i diritti, tende a porre l’accento sugli elementi "attivistici" dell’affermazione, della rivendicazione e della mobilitazione per ottenere il riconoscimento dei diritti stessi. L’universalismo di cui qui si parla, conseguentemente, viene a perdere ogni carattere di naturale e pacifica assolutezza per caratterizzarsi come problematico, come posta in palio all’interno di un conflitto in cui si esprimono molteplici istanze "particolari". In questo contesto i migranti possono essere positivi protagonisti proprio nella misura in cui si contrasti la tendenza, che abbiamo riscontrato nei teorici del multiculturalismo, a chiuderne l’"identità" all’interno di contenitori "culturali" preconfezionati. Nell’età della globalizzazione, assai più produttiva appare la proposta di chi, come Arjun Appadurai, sottolinea come essi siano tra l’altro soggetti di una potente domanda di "consumo culturale", che ridetermina continuamente simboli e significati, fino a investire lo statuto stesso di concetti come "democrazia" e "diritti umani" (cfr. Appadurai 1996).
n) Un’ultima considerazione, di rilievo chiaramente decisivo, deve essere svolta a proposito del rapporto tra diritti e appartenenza, che costituisce – storicamente e teoricamente – il vero punto di equilibrio tra universalismo e particolarismo nel discorso della cittadinanza. Per quanto riguarda la posizione dei migranti, molti studiosi sottolineano come le "differenze" di cui essi sarebbero portatori, assai più di quanto non costituiscano elementi inconciliabili con qualsivoglia concezione democratica dell’appartenenza, si dispongano in una linea di continuità con il pluralismo di immagini del mondo, interessi e "lealtà" che costituisce un elemento strutturale delle società moderne. Il modo migliore di conciliare "differenza" e "appartenenza" dei migranti, scrive ad esempio Sarah Spencer, consisterebbe nell’"assicurare a tutti i membri della società, qualunque sia la loro nazionalità e il loro status di immigrazione, quei diritti politici, civili e sociali che permettono a noi di partecipare come membri a pieno titolo della società in tutti gli aspetti della vita comune. Se li incoraggiamo ad appartenere essi saranno più orientati a percepirsi e ad agire come se appartenessero; se rispettiamo i loro diritti, saranno più portati a rispettare i nostri" (Spencer 1995, p. 13). La ragionevolezza di questa posizione non deve far tuttavia dimenticare che i migranti, considerati dal punto di vista dell’"appartenenza", presentano caratteristiche peculiari: alla richiesta di "cambiamento di giurisdizione" (Gambino 1996) di cui è espressione il fatto stesso della migrazione, alla fuga da uno spazio politico, sociale e culturale non fa infatti quasi mai riscontro, come si è detto, una richiesta di piena adesione a un nuovo spazio politico, sociale e culturale.
o) Anche sotto questo profilo, tuttavia, il punto fondamentale consiste nel sottolineare che i migranti non rappresentano in alcun modo un’eccezione assoluta nelle società occidentali contemporanee. Comportamenti soggettivi di secessione (di exit, per dirla con Hirschman) si sono diffusi in modo crescente negli ultimi anni all’interno della stessa filigrana della cittadinanza, segnalandone specifiche soglie di crisi. Non si tratta di fenomeni circoscrivibili alle rivendicazioni di separazione territoriale che hanno caratterizzato la storia recente del nostro Paese (e non solo), all’"esodo fiscale" o alla tendenza all’auto-segregazione in "comunità recintate" di vecchi e nuovi ricchi in Europa come negli Stati Uniti. Comportamenti di "secessione" ed exit hanno posto in crisi anche "dal basso", a partire dai movimenti sociali degli anni ’60 e ’70, le tradizionali concezioni dell’appartenenza: basti pensare alla critica femminista a un modello di famiglia che ha rappresentato uno dei puntelli fondamentali della stessa cittadinanza democratica, alla crisi dell’"etica del lavoro" intesa come collante della società, ai comportamenti di rifiuto e di diffidenza nei confronti di ogni immagine prestabilita del Noi che improntano l’identità giovanile contemporanea (cfr. Beck 1998). La questione del rapporto tra cittadinanza e immigrazione, in questo senso, si pone oggi all’interno di società che registrano una crescente incertezza circa la "precisa, articolata antropologia" (Costa 1999, p. 569; cfr. anche Santoro 1999), l’immagine del soggetto dei diritti che, costruita entro una complessa trama di inclusioni ed esclusioni, ha sostenuto per oltre due secoli lo sviluppo del discorso della cittadinanza. Se si vuole contrastare il rischio che la cittadinanza, negando la sua storia, si trasformi nell’"ultimo privilegio di status rimasto nel diritto moderno" (Ferrajoli), occorre lavorare a riaprirne teoricamente e praticamente il movimento costitutivo, guardando alla stessa appartenenza non come a uno "status legale", ma come a "una forma di identificazione, un tipo di identità politica: qualcosa che deve essere costruito e non di empiricamente dato" (Mouffe 1992, p. 231). I migranti, con il semplice fatto della loro presenza nelle nostre società, costituiscono un potente impulso a lavorare in questo senso.
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